mercoledì 18 gennaio 2017

[Recensione] Narcos

La serie cult del 2016

Esistono alcune serie tv che, a causa del forte impatto sullo spettatore, grazie a grandi interpretazioni o a sceneggiature superiori alla norma, diventano subito cult. Questo è il caso di Narcos, serie tv ideata da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro e prodotta da Netflix nel 2015, che però ha raggiunto un successo ai limiti del possibile, almeno in Italia, solo quest'anno, con l' uscita della seconda stagione. La trama racconta i fatti che hanno portato un semplice contrabbandiere a divenire il 7° uomo più ricco sulla terra, per poi vedere crollare davanti ai suoi occhi tutto ciò che ha costruito, fino ad essere ucciso. No quello che ho appena fatto non è uno spoiler, ho semplicemente citato un fatto storico, in quanto la trama di Narcos ruota attorno al cartello della droga di Medellìn e in particolare intorno a Pablo Emilio Escobar Gaviria, il più grande signore della droga mai esistito, nonchè uno degli uomini più ricchi, potenti e famosi degli ultimi 50 anni di storia.
 Le vicende narrate sono quanto di più simili al reale (per quanto incredibili possano risultare) con tantissime citazioni a fatti di cronaca inerenti la storia della Colombia in piena guerra fredda. Proprio in quel periodo un uomo colombiano, Escobar appunto, sfrutto le proprie conoscenze e amicizie per esportare negli Stati Uniti per la prima volta della cocaina, prodotta da laboratori che si trovavano nella foresta Amazzonica, idea che si rilevò a dir poco geniale e che porto Pablo e i suoi collaboratori ad essere tra gli uomini più potenti del SudAmerica, intoccabili da parte di polizia ed esercito e a cui persino il governo più volte si è dovuto inchinare. Parallelamente alle vicende di Pablo seguiranno quelle dell' agente della DEA Steve Murphy il quale, spostatosi in Colombia da Miami, dovrà lottate oltre che con i cartelli della droga anche con una burocrazia ed uno Stato troppo spesso corrotto e nelle mani dei "cattivi" con l' aiuto del collega Javier Peña e del colonnello Horacio Carillo. Sembra assurdo vedere come i delinquenti abbiano molto più potere, influenza e denaro di chi sta dalla parte della giustizia, e come siano coloro che seguono le regole a doversi spaventare e sottostare a chi non lo fa, e non viceversa.

 Il potere di Escobar (nella serie interpretato da un grandissimo Wagner Moura, attore brasiliano che con la serie ha fatto fare un salto di qualità alla sua carriera in termini di popolarità) sembra paradossale. Egli può tranquillamente uccidere poliziotti, seminare bombe per il paese, far ammazzare politici e membri dei tribunali senza che la legge possa toccarlo. Unico errore di questa mente geniale fu forse la scelta poco felice di voler entrare in politica, scelta che gli procurerà ben più di un problema e che porterà alla fine il suo ambizioso progetto di rendere la Colombia un paese migliore. Come recita una battuta della serie appare come cosa tristissima il fatto come un uomo infimo e senza alcun scrupolo come Escobar abbia fatto e avrebbe continuato a fare, sebbene pagando un prezzo troppo alto, cose meravigliose per i poveri e i bisognosi dello stato da lui tanto amato. Ma, come recita un'altra battuta, in Colombia bene e male sono concetti relativi, bisogna solo scegliere da che parte stare e partecipare ad una guerra, perchè di fatto il cartello di Medellìn causo una vera e propria guerra civile, dove chi rispetta le regole e ha rispetto per il nemico è destinato a soccombere.

 Di frequente avremo scene in cui poliziotti uccidono e torturano trafficanti di cocaina con lo scopo di arrivare quanto più vicini possibili ad Escobar, ma queste scelte, a prima vista immorali e sbagliate, appaiono quasi giustificate dal nemico che le forze armate e l' esercito (si anche l' esercito fu mobilitato per uccidere Pablo) devono affrontare, un nemico che conosce i nomi e la storia di ogni singolo agente, che ha la possibilità di risanare il debito pubblico o volendo di ingaggiare sicari pronti ad attentare al palazzo di giustizia seminando morte e distruzione. Arriviamo quindi alla parte più importante dell' intera serie, la psicologia di Pablo. Egli è un personaggio complesso e spesso incoerente. Sa attendere per fare la scelta giusta e fregare rivali e forze dell' ordine, tuttavia è una persona profondamente orgogliosa e non vuole che gli si manchi di rispetto mai, pena la morte; è molto scrupoloso, quasi maniacale, ma questa sua ossessione lo porterà spesso a compiere scelte sbagliate e a farsi molti nemici per paura di essere truffato o peggio tradito. L'aspetto che più mi ha colpito di questo personaggio che ad oggi fatico a considerare umano è il suo rapporto con la famiglia.

 Sebbene ebbe alcune amanti Escobar si potrebbe definire un marito e padre esemplare: rispetta e ama la moglie, non sopporta che le si manchi di rispetto, è molto attento ai figli, gioca con loro, da loro lezioni di morale, rispetto e lealtà, quando pochi minuti prima aveva ordinato l' assassinio di un candidato alla presidenza della Colombia, fatto saltare in area un aereo di linea oppure ucciso con una mazza da biliardo chi pensava potesse fregarlo. Un uomo complesso, a tratti quasi un eroe romantico e titanico che nonostante i numerosi difetti e colpe cerca di condurre una vita normale (per quanto normale possa essere una vita nella quale si arrivano a seppellire i soldi perchè non si sa dove metterli e dove c' è il chiodo fisso del poter controllare il mondo, iconica in questo senso la scena nella quale vuole costringere alcuni uccelli esotici a restare sugli alberi come aveva ordinato loro) mentre i "cattivi" cercheranno in ogni modo e con qualsiasi mezzo di metterlo dietro le sbarre o peggio di ucciderlo. Questa figura dell' eroe maledetto cade però di fronte a un racconto, corredato di numerosi filmati e foto reali, che mette in luce il lato più oscuri di uno degli uomini più violenti, malvagi, senza scrupoli e che han portato morte e terrore della storia dell' uomo (guerre escluse).

 Pablo, così come la serie tv, è un personaggio complesso, ricco di difetti, contraddizioni, genialità e impulsività, che porteranno lo spettatore, dopo i primi episodi nei quali lo si esalta, a provare pena per lui, ma senza che mai lo si appoggi, stando sempre dalla parte della legge che vorrà fornirgli una giusta punizione per quello che ha fatto. La serie lungi dall' essere perfetta, alcune interpretazioni sono un pò stereotipate e alcuni ruoli messi troppo in secondo piano, tuttavia ha un forte impatto sul telespettatore, che si vedrà di fronte un'alternarsi di scene tranquille e di vita normale ed altre di assoluta violenza e morte. Ottimo il doppiaggio in Italiano con la scelta azzeccatissima di lasciare tutti i dialoghi dei personaggi Colombiani in Spagnolo con i sottotitoli, in modo da non perdere la cadenza, lo slang e la musicalità della lingua SudAmericana che sembra dare alla vicenda un tocco di verosimiglianza in più. Sicuramente una serie da vedere sia per l' ottima caratterizzazione dei personaggi e i rapporti con la reale storia contemporanea (plata) sia per la fortissima componente d'azione ricca di sparatorie omicidi e violenza che tutti gli amanti del genere non potranno che apprezzare (plomo)


mercoledì 11 gennaio 2017

[Recensione] Mafia 3

Mafia 3: Una grande occasione mancata?
Negli ultimi anni sempre più spesso accade purtroppo di trovarsi di fronte a videogiochi tecnicamente perfetti, con ottima grafica, a.i. e ambientazione realistica, ma che deficitano di un comparto narrativo all' altezza. Personalmente ho sempre considerato la storia di un videogioco, insieme alle meccaniche, il suo punto fondamentale, poichè, per quanto possa apparire stupefacente il mondo in cui il giocatore si trova, alla lunga mi annoia se non è presente una bella trama, ricca di colpi di scena, personaggi secondari e perchè no qualche messaggio da dare al pubblico. Gli sviluppatori di 2k games sembrano aver ascoltato fin troppo il mio grido d' aiuto, facendo uscire 7 ottobre di quest'anno il terzo titolo della saga "Mafia" il quale, se dal punto di vista di storia si presenta come una tripla A, altrettanto non si può dire del reparto grafico e tecnico.
Il gioco si sviluppa nella New Orleans del 1968 (qui chiamata New Bordeaux) e vede come protagonista Lincon Clay, un orfano nero, cresciuto dal boss del suo quartiere e che dopo essere stato degli anni in Vietnam finalmente torna a casa. Lincon crede che sia solo per un breve periodo di tempo, vuole abbandonare l' attività criminale del padre per cercarsi un lavoro onesto lontano dalla città, non prima però di aver fatto un ultimo colpo con lo scopo di pagare dei debiti a Sal Marcano, padrone della Mafia della città. La rapina ha successo, ma proprio durante i festeggiamenti Clay, il padre e i suoi amici vengono traditi da Marcano e il figlio, i quali li uccidono tutti, ad eccezione di Lincon che sopravvive miracolosamente ad un colpo in testa e che dopo essersi ripreso cercherà vendetta. Grazie all' aiuto di un agente della Cia, alcuni boss della mafia locale, e Vito Scaletta (protagonista di Mafia 2) il ragazzo cercherà di distruggere tutto l' impero criminale di chi gli aveva portato via tutto, fino a prendere il suo posto, o morire nel tentativo.
 La storia, di fatto abbastanza semplice e comune a molti film e videogiochi, è raccontata in maniera sublime, con un ritmo di gioco continuamente spezzato da interviste, dossier e interrogatori fatti anni dopo dal governo per cercare di spiegare l' improvvisa ascesa di uno dei più grandi gangster dell' America meridionale. Il mondo in cui si troverà il giocatore è molto fedele all' America degli anni 70. Il nostro protagonista sarà spesso discriminato, da civili, polizia o criminali, a causa del colore della sua pelle, verrà chiamato "negro" o con altri appellativi non proprio di buon gusto e il giocatore sentirà sulle proprie spalle tutto il clima segregazionista proprio degli USA durante quegli anni, pregni di razzismo, discriminazione, ghettizzazione e criminalità. Questo a mio parere il più grande punto di forza del prodotto. Passando ad aspetti più tecnici il gioco non si presenta, malgrado la vasta area  accessibile fin dal primo istante, come un enorme free roaming stile Gta per intenderci, ma più come un semplice tps sviluppato all' aperto e con grande utilizzo di coperture. Il sistema di combattimento è avvincente, esistono numerose armi ed esplosivi che ci aiuteranno nel corso delle nostre scorribande, l' azione sarà sempre frenetica, piena di sparatorie, assassinii brutali ed esplosioni; ma nonostante ciò il gran numero di nemici, i colpi disponibili non proprio numerosissimi e i danni subiti dal protagonista, spingeranno il giocatore ad approcciarsi spesso in maniera stealth, se non vuole morire ripetutamente e senza ottenere alcun risultato se non quello di perdere metà del denaro che Lincon avrà addosso.
La guida risulta molto realistica e soddisfacente, con macchine che sono perfette riproduzioni di quelle passate, sia nello stile che nella velocità,e la guida appare molto simile alla vita reale, con incroci, semafori da rispettare,pedoni che attraversano eccetra.
 Passiamo dunque agli aspetti negativi che, purtroppo, non sono pochi. La grafica non sembra quella di un titolo next gen, e sebbene personalmente non mi abbia dato fastidio questa cosa ad alcuni potrebbe, il sistema di illuminazione è fatto piuttosto male, con corpi e pareti che spesso brillano di luce propria, l' i.a. dei nemici è davvero infima, saranno frequenti le situazioni in cui essi andranno in tilt risultando quasi comici oppure non noteranno Lincon o i cadaveri distesi a pochi passi da loro. Questi problemi, seppur abbastanza gravi in un tps con forti elementi sandbox come Mafia, non diminuiscono la godibilità del gioco, se non fosse per un problema davvero insormontabile che ha rovinato quasi il prodotto: la ripetitività. Infatti, nonostante col progredire del gioco avremo a che fare  con sempre più racket, aiuti da parte di scagnozzi e luogotenenti e attività criminose, il gioco alla lunga risulta terribilmente ripetitivo e quasi noioso.
Le missioni, le principali come le secondarie, si riassumono in un "uccidi l' obbiettivo, interroga un nemico, vai dal punto a al punto b, distruggi prodotti del racket dei Marcano". Dopo le prime 5/10 ore di gioco passate a far fuori scagnozzi la cosa diverrà semplice routine, con nessun picco nel progredire delle vicende per quanto riguarda il gameplay e questo, accompagnato da una città che seppur bella e suggestiva appare spoglia e poco interattiva e alcuni errori e bug tecnici, influisce negativamente sull' intero prodotto. Nulla da dire invece per il doppiaggio, ottimo, e il reparto sonoro il quale, rifacendosi ai brani degli anni '70 non può che essere eccelso (basti pensare che nella schermata di intro in sottofondo si sente " all along the watchtower" del compiantissimo Jimi Hendrix). Mafia 3 è un gioco che farà sicuramente discutere a lungo, alcuni lo ameranno grazie ad una trama eccellente, un'ottima ambientazione e personaggi, sebbene abbastanza topici, carismatici, altri purtroppo lo riterranno di bassa qualità a causa di errori tecnici più o meno gravi e una ripetitività che alla lunga stanca qualsiasi giocatore e non lo spinge a ritoccare il titolo una volta terminato. Per quanto concerne me non considero l' ultimo lavoro dei 2k games non come una occasione mancata, ma come un bel gioco, che non arriverà mai nell' olimpo di titoli appartenenti a questa generazione ma che può essere benissimo goduto tra un capolavoro e l' altro quando non si sa a che giocare
VOTO: 7,75


lunedì 9 gennaio 2017

[Considerazioni] Blade runner

Il cult per troppo tempo sottovalutato

Non sono mai stato un fan della fantascienza, tuttavia negli ultimi mesi mi sono riavvicinato a questo genere grazie a libri, fumetti e film. In particolare ho di recente rivisto uno dei più grandi cult della storia del cyberpunk futuristico: Blade Runner. Questa pellicola, famosa oltre che per l' opera in se anche per il fatto che esistano ben 7 versioni differenti dello stesso film, è stata per anni ignorata dal grande pubblico e bollata come mediocre, salvo poi tornare in auge agli inizi di questo secolo e in particolar modo grazie al "Final cut" del 2007 che gli fornisce una versione definitiva.
 Quello che voglio fare oggi non è recensire il capolavoro di Ridley Scott, ma bensì, in vista dell' uscita del secondo capitolo, fornire a chi mi segue alcune mie considerazioni a riguardo. Partiamo però come sempre, con la trama e alcuni dati tecnici. Blade Runner è un film del 1982 distribuito dalla Warner Bros, prima solo in America, poi con successive versioni in tutto il mondo. La durata dell' opera oscilla intorno alle 2 ore e tra gli attori sicuramente la fa da padrone Harrison Ford, che ritroveremo anche nel nuovo film in programmazione. La storia è ambientata in una Los Angeles  futuristica e cyberpunk, nel 2019, in un mondo in cui sono stati creati numerosi replicanti, del tutto simili ad umani ad eccezione del fatto che essi hanno vita più breve e sono molto più forti, oltre che intelligenti, poi ritirati poichè considerati pericolosi ed eliminati di fatta da un corpo di polizia speciale chiamato "Blade Runner". Dai confini dell' universo, dove sono relegati questi prodotti, che vengono trattati alla stregua di schiavi, fuggono alcuni replicanti provenienti da Nexus 6, i quali cercheranno di introdursi nella Tyrell Corporation con lo scopo di scoprire come fare ad allungare la loro breve esistenza.  Catturarli ed eliminarli sarà compito di  Rick Deckard, un ex-agente in pensione che accetterà suo malgrado questo ultimo incarico.
 A complicare le cose ci penserà anche Rachael, la segretaria di Tyrell in persona la quale scoprirà solo durante il corso del film di essere un replicante, e di cui il nostro Deckard si innamorerà, nonostante la sua missione lo obblighi ad ucciderla. Non vado oltre con la trama, in quanto descriverla non renderebbe onore al film, facendolo passare come un comune action movie e non come il cult che è. Quello di cui voglio parlare oggi sono le simbologie, i dettagli, le ambientazioni e i significati che si celano dietro il prodotto di Scott. Partiamo con la Los Angeles descritta. Essa è un posto altamente tecnologico e avanzato, nel quale l' inquinamento impedisce alla luce del sole di filtrare, rendendo il mondo cupo e coperto da una perenna pioggia battente che sta a simboleggiarne lo squallore.


Sui teleschermi passano numerosi spot pubblicitari che sembrano cozzare con la vita confusionaria, multietnica e cupa dei quartieri della città, dove si mischiano lingue, razze, animali (la maggior parte dei quali sintetici) e personaggi di tutti i tipi. Come già detto a farla da padrone è la pioggia che contruibuirà a fornire ai sobborghi cittadini un'atmosfera di sporco, umido e malato. Numerosi annunci parlano di colonie esterne alla terra, una nuova el dorado dove le persone, stufe della vecchia, potranno ricominciare una nuova e florida vita, a scapito dei replicanti che lì sono trattati come servitù o peggio. In questo panorama il rapporto uomo macchina sembra invertirsi; sono i replicanti che cercano di difendersi tra loro, di sopravvivere, di aiutarsi e di provare emozioni, le quali non sono altro che un effetto collaterale della loro programmazione. D'altra parte abbiamo gli umani, che sembrano apparire stanchi, insensibili ed egoisti, pare che vivano per inerzia e che non diano nessun valore al loro tempo, così lungo rispetto a quello degli androidi che invece ne vorrebbero di più. Ruolo importante viene assunto inoltre dalle foto, oggetto molto amato dai replicanti; i ricordi  forniti loro non sono altro che innesti creati a tavolino e quindi, imprimendo su pellicola ciò che vedono, essi non vogliono far altro che creare la loro storia ed essere padroni del proprio passato, sfuggendo dalla morsa di innesti a loro estranei.
Deckard sembra quasi una via di mezzo tra i due esseri. Egli appare come un umano, tuttavia la sua forte empatia, mal celata da un velo di menefreghismo e disillusione nei confronti della vita, lo fa apparire quasi come un automa meno ingenuo e meglio inserito degli altri (un colpo di scena alla fine del film infatti fa quasi intuire il fatto che lo stesso Blade Runner in realtà è un replicante, teoria confermata da Ridley Scott). Grande importanza ha anche l' aspetto religioso. Il presidente della Tyrell Corporation viene visto come un dio dai replcianti, egli non solo ha dato loro la vita ma può anche, secondo loro, renderla più longeva. L' antitesi di ciò è invece Roy, il capo dei replicanti fuggiti, che si considera come un angelo caduto che si ribella al suo creatore poichè considera la sua decisione di rendere gli androidi schiavi con vita molto breve (scelta giustificata dallo stesso presidente che afferma di aver scelto per gli androidi circa 4 anni di vita con lo scopo di impedire loro di iniziare a provare emozioni)come crudele e insensata. Verso la fine lo stesso automa, dopo essersi ribellato al suo Dio, appare quasi come un cristo redentore, che prima salva il suo assassino e dopo muore dopo aver sofferto e sacrificato se stesso; i simboli del chiodo nella mano e della colomba che vola nel momento della morte di Roy non sembrano dare spazio a equivoci.
Oltre a ciò ci sarebbero numerosissimi aspetti di cui parlare, della paura per le emozioni, del contrasto tra lusso e industrializzazione con la povertà e la sovrappopolazione, il personaggio di Deckard oppure quello di Gaff, agente patito per gli origami, e tantissime altre cose ancora, però non voglio nè rendere l' articolo troppo pesante o più confusionario di quanto non sia già, nè fare ulteriori spoiler, nè soprattutto dare mie considerazioni che potrebbero poi rivelarsi errate o illogiche. Unico consiglio... vedete Blade Runner, anche più di una volta, da soli e con amici, una sola volta non basta, anche perchè il film non annoia, ma ogni volta che le vicende vengono narrate esse assumono un significato nuovo e profondo. Buona visione

lunedì 28 novembre 2016

[Recensione] Black Mirror

COSI' ROSEO IL FUTURO?
Essendo un amante dei libri ne ho letti di tutti i generi, forme e misure e ultimamente mi sto particolarmente appassionando a raccolte di racconti brevi. Che essi siano racconti dell' orrore di E.A.Poe oppure novelle veriste di Verga devo ammettere che da un anno a questa parte ho rivalutato la potenza e la bellezza di storie raccontate in circa 10 pagine. Infatti grazie a questo tipo di scrittura, ritenuta ingiustamente per secoli inferiore ai grandi romanzi (tanto che lo stesso Poe scrisse storia di Arthur Gordon Pym proprio per dimostrare a critica e pubblica di essere capace di cimentarsi anche in opere lunghe e complesse), è possibile trasmettere in un solo libro un quantitativo di messaggi, spunti e input innumerevoli, concentrandosi solo per pochi attimi su di un tema per poi lasciare al lettore il gravoso compito di sviscerarlo attraverso la sua esperienza e deformazione etica, oltre che a presentare un numero spropositato di personaggi, situazioni e eventi senza risultare pesanti. Ora, fare questo sottoforma di serie tv è alquanto complesso. Infatti anche le serie che presentano episodi autoconclusivi in genere seguono comunque una trama e dei personaggi principali di fondo, risultando quindi una serie di storie a puntate, rifacendosi a mio modo di vedere ai capolavori di Doyle e Christie (si pensi ai vari Castle, Csi eccetra). Non ho una grandissima cultura cinematografica ma ad oggi l' unica serie che ho avuto il piacere di guardare e che è riuscita a fare ciò è Black Mirror.
 Parlare della trama sarebbe inutile e complesso, ogni episodio tratta di un tema diverso, con personaggi e mondi diversi, proprio come in una raccolta di racconti brevi, il ci unico tema comune è il futuro. La serie ideata da Charlie Brooker e uscita nel regno unito il 4 dicembre 2011, pone lo spettatori dinnanzi a svariati universi futuristici in cui un tema legato alla tecnologia e al progresso viene esasperato, mostrandoci una critica aspra e dura nei confronti di alcune manie del 20°  21° secolo che stanno rendendo l' essere umano sempre più apatico e lontano dal reale. Che si tratti di universi nei quali le persone pedalano tutta la vita per accumulare crediti, i quali potranno essere spesi per partecipare ad un talent show che ha lo scopo di intrattenere le altre persone le quali a loro volta pedalano per sopravvivere, o di un futuro nel quale sarà possibile accedere a tutti i nostri ricordi, richiamarli alla mente o cancellarli in ogni istante, l' idea di base è mostrare come cose apparentemente innocue e che ci semplificano la vita, possono non solo rendere l' uomo, ma addirittura tutta la società dipendente da oggetti creati da noi stessi.
 Non è un caso che ogni episodio si chiuda con una vena drammatica. Ho particolarmente apprezzato il modo in cui le stagioni (3 fino ad ora) sono state girate. Iniziando da una situazione apparentemente normale, nelle quali vengono inquadrate persone nelle loro attività di routine, si scende man mano in un'escalation di follia e disperazione, nella quale in un modo o nell' altro cadranno tutti, dimostrando, se ancora ce ne fosse bisogno, come questa società, con la scusa di rendere il singolo sempre più autonomo e facilitandone la vita, non fa altro che renderlo fragile, dipendente da cose che non gli servono e soprattutto incapace di relazionarsi con gli altri in maniera vera. La vita dei protagonisti di ogni puntata viene ogni volta sconvolta da un avvenimento ed essi si ritroveranno ad analizzare se stessi e gli altri da un' altra prospettiva, quasi come se nella loro follia comprendessero il vero volto del periodo storico in cui viviamo e vivono, astraendosi da tutto e diventando apatici, per poi alla fine ripiombare ad un' apparente normalità, come un nuovo stato di equilibrio, che però li ha segnati profondamente.
 Anche il titolo stesso, Black Mirror, rappresenta lo schermo del monitor, della televisione o del cellulare quando sono spenti e riflettono il viso dell' utente, che attraverso questo riflesso si illude di essere padrone di questi oggetti ma che in realtà sono indispensabili oramai per la sua sopravvivenza.Impossibile parlare degli attori o della colonna sonora, in ogni episodio entrambe le cose cambiano infatti; quello che posso dire e che sia i protagonisti delle vicende sia la musica che ci accompagnerà lungo tutte le puntate (così come i diversi modi di regia e personaggi tipici) sono davvero molto azzecati e plausibili in contesti che di fatto non lo sono. Oltre ad essere una serie tv di successo Black Mirror appare come una critica feroce, quasi un grido d'aiuto, nei confronti del nostro mondo, che se non riuscirà a risollevare la china e rendersi conto di come lo spirito autodistruttivo sia presente nell' uomo e lo stia portando alla sua fine, si ritroverà in universi non troppo diversi da quelli mostrati in una semplice serie tv e che ci appaiono così distanti e bizzarri.

lunedì 21 novembre 2016

[Considerazioni] Mini Nes

Uno sguardo al passato per andare avanti
Come ho già scritto in qualche post precedente, sono sempre stato un grande fan della Nintendo, unica casa videoludica che, sia grazie alla qualità dei prodotti proposti, sia grazie ai numerosi decenni in cui è sul mercato dei videogiochi, nel corso del tempo è sempre riuscita a rinnovarsi e ha dominato per anni la scena mondiale delle console fisse, per poi spostarsi negli ultimi anni più sul portatile. Prima della console war attuale tra Microsoft e Sony, le due case principali produttrici erano Sega e Nintendo e nel corso di una aspra battaglia a colpi di capolavori, la casa produttrice avente come presidenti storici la famiglia Yamauchi, fece uscire prima, in Giappone nel 1983 col nome di Famicon, e successivamente nel resto del mondo, il Nintendo Entertaiment System, meglio conosciuto come NES.
 Da allora nulla fu più come prima. E' grazie a questa console che ad oggi esistono saghe storiche come Super Mario, Zelda, Metroid, Castelvania e tantissime altre... potremmo paragonare questa console a quello che fu l'ascesa di Pelè nel mondo calcistico, praticamente un evento storico e il 1987 è segnato nel cuore di tutti gli appassionati di gaming come l' anno in cui la Nintendo dimostrò al mondo intero cosa significasse fare dei videogames. A quasi 30 anni di distanza la casa nipponica ripropone una delle sue console più celebri in versione molto rimpicciolita grazie "Nintendo Classic Mini" che altro non è che un mini Nes senza cartucce ma con 30 giochi preistallati, ai quali non è possibile aggiungerne altri, collegabile grazie ad un cavo Hdmi e un usb a qualsiasi schermo per poter rigiocare alla console degli anni '80. Personalmente trovo questa idea geniale, poichè da la possibilità a tutti coloro che sono nati un decennio dopo l' avvento del Nes, me compreso, di poter rimettere mano a una serie di videogiochi che sono stati e sono ancora dei cardini e dei punti di riferimento per i prodotti attuali. Chiariamoci non sono tra coloro che considera alcuni giochi "must have" piuttosto che altri, a seconda della console in cui sono usciti, in quanto so bene che per un ragazzo nato negli anni 2000 è molto più facile ed è molto più portato a giocare a prodotti attuali, e non per questo va considerato come un casual gamer che non ne capisce nulla, tuttavia la possibilità di giocare al primo The legend of Zelda o al primo Final Fantasy sulla console "originale" e non su un emulatore, spesso illegale, mi piace molto, specialmente se la console costa solo 60 euro più 10 per chi vuole il secondo controller.
 La lista dei giochi è davvero ottima e, salvo qualche mancanza che mi ha lasciato un pò di amaro in bocca, racchiude davvero quelli che furono i prodotti più famosi e venduti alla fine degli anni '80.

La piattaforma in se è davvero ottimale, sia in termini di spazio, che di fedeltà all' originale, che di funzionamento, anche se presenta qualche errore più o meno grave che con un minimo di accortezza sarebbe potuto essere evitato. Per prima cosa la Nintendo da in dotazione un cavo di alimentazione che altri non è che un usb, senza fornire all' utente un adattatore per connettere il mini Nes alla corrente; ciò ha dato molto fastidio ad una parte dell' utenza ma personalmente non la trovo una grave mancanza, sia perchè tutti in casa abbiamo almeno un caricatore di cellulare che all' occasione si trasformerà nel pezzo finale dell' alimentatore, o eventualmente una power bank, sia perchè l' usb può essere tranquillamente collegata ad un pc con l' hdmi che viene collegata al monitor, ovviando così il problema e potendo giocare alla console in camera nostra, sia perchè così facendo i costi, per quanto possa sembrare strano che un singolo aggeggino riesca ad incidere sul prezzo, vengono abbassati. Problema ben più grave è la lunghezza del cavo del controller, davvero troppo corto, che non arriva al metro e costringe il giocatore di fatto ad usare il Nintendo Classic Mini sostanzialmente sul pc, poichè con una televisione che raggiunge già i 40 pollici, l' effetto da molto fastidio a causa dell' eccessiva vicinanza. 
Altra problematica, questa volta non è colpa dell'azienda , è quella relativa al prezzo. Le console sono andate letteralmente a ruba dai rivenditori ufficiali quali Gamestop e Mediaworld, e già al lancio non se ne trovano più . L' unica soluzione sarebbe quella di acquistare il mini Nes su internet, ma i prezzi qui sono almeno il doppio rispetto a quelli del lancio; certo la cosa non è direttamente imputabile alla Nintendo, ma spero che la casa faccia arrivare al più presto nuovi carichi di queste console, entro Natale almeno, per permettere all' utenza di comprarle ad un prezzo giusto. Onestamente, oltre ai motivi sopraindicati e non correlati direttamente alla console, non riesco a trovare una ragione per poter sconsigliare il mini Nes. Sia che voi siate giocatori di vecchia date che vogliono rivivere i fausti del passato, quando non avevate ancora la barba ma già passavate pomeriggi interi con gli amichetti a giocare a Doble Dragon, piuttosto che a Punch-out, piuttosto che a Metroid, sia che abbiate meno di 30 anni e vogliate avvicinarvi ai primi capitoli delle vostre saghe preferite, sia che infine cerchiate un'idea regalo per natale economica, originale e soprattutto apprezzata, non posso che consigliarvi il Nintento Classic mini. Questa console, oltre al chiaro intendo di guadagnare e di far divertire i giocatori, sembra quasi abbia quasi lo scopo di ricordare alle case rivali e a Nintendo stessa che giochi usciti quasi 30 anni fa in Italia, con delle trame tutt'altro che complesse e con una grafica che per ovvi motivi ad oggi non troviamo nemmeno sugli smartphone di più infima qualità, possono essere ancora godibili e soprattutto possono intrattenere il giocatore, con universi immersivi, storie lineari ma avvincenti, e un livello di difficoltà totalmente diverso, che strapperà un sorriso (e non solo) a coloro che si renderanno conto che forse le proprie abilità col tempo sono andate scemando. Davvero bella mossa Nintendo, aspettando il Nintendo Switch il mini Nes è la cosa migliore che potessi far uscire, grazie da parte del mondo dei videogiocatori

martedì 15 novembre 2016

[Un classico] Frankenstein

MOSTRI INTERIORI E ESTERIORI
Oggi riprendiamo la serie di blog, iniziata con i 3 Moschettieri di Dumas, inerente i libri. Quello che andrò a illustrarvi oggi è Frankenstein di Mary Shelley, libro che, insieme a Dracula di Bram Stoker e pochi altri, è tra i caposaldi del genere horror e gotico, da cui sono stati ispirati numerose opere cinematografiche e non solo.

 Per trattare di uno dei più più grandi capolavori della letteratura Inglese è indispensabile parlare dell' autrice dell' opera. Mary Shelley scrive il libro che la renderà celebre al grande pubblico ad appena 18 anni (circa l' età in cui i ragazzi oggi terminano la scuola superiore)... giusto per ammazzare un pò del nostro ottimismo. Il motivo dell' opera è alquanto bizzarro; infatti un giorno, mentre era in gita con suo marito Percy Shelley (anch'egli celebre scrittore) e altri amici letterati tra i quali spicca il tormentato Lord Byron, si decide nel gruppo di fare una gara, un pò come quelle che si fanno oggi tra amici, colui/ei che fosse riuscito a scrivere il racconto del terrore migliore avrebbe vinto, così anche la giovane moglie del poeta romantico decise di partecipare, e scrisse una delle opere più profonde, complesse e ricche di spunti che sia mai stata solo pensata.

 La trama la conosciamo tutti, anche se ad onor del vero spesso nei film inerenti a Frankenstein e al suo mostro (si Victor Frankenstein non è il mostro, o meglio dire non è la creatura ma il creatore, mentre all' aberrazione da lui nata non viene concesso nome) essa viene stravolta e quasi si cerca di giustificare il dottore e Dio del libro. Quest'ultimo nella storia originale è un giovane medico che studia a Ingolstad, città tedesca, il quale cerca disperatamente di creare una forma di vita perfetta, che non senta dolore o paura, immune persino alla morte. Ho scelto di omettere le ragioni per le quali il dottore è ossessionato dalla creazione, o meglio le ragioni che lui arreca, perchè altrimenti dovrei dilungarmi troppo e più che una recensione la mia sembrerebbe un riassunto del libro. Comunque, senza spiegare come il medico di Ginevra riesce a trovare la scintilla della vita e, vagando per cimiteri e raccogliendo vari parti di cadaveri per dar vita ad un uomo, alla fine, sul tavolo del suo studio, riesce a creare un essere vivo, non umano ma figlio dell' uomo e della sua incoscienza. Una volta che suo "figlio" prende vita però l' animo di Frankenstein passa da una sensazione febbrile e maniacale che lo aveva accompagnato durante tutto il lungo arco della creazione, ad un sentimento di paura e orrore. Scappa via lasciando da solo il mostro e per mesi e mesi soffrirà di una malattia più spirituale che corporale, tormentato dal rimorso e dal ricordo di quella creatura che aveva visto aprire gli occhi grazie al suo lavoro.

 Però il mostro è scomparso, scappato da Ingolstad cerca prima rifugio nelle foreste, dove scopre desideri come la fame e sensazioni come il freddo e il dolore, per poi cercare asilo verso gli uomini i quali, a causa delle sue enormi dimensioni e del suo aspetto orripilante lo cacceranno come un demonio. Perfino i proprietari di una casa che aveva spiato per mesi e mesi, e da cui aveva imparato indirettamente a parlare e emozioni come l' affetto, la bontà e la felicità, appena lo vedono lo bastonano e scappano spaventati, lasciando l' essere in uno stato di profonda confusione paura e dolore, che lo porteranno per la prima volta a desiderare il male, per tutti gli uomini che lo hanno così emarginato, e in particolar modo verso il suo creatore, che lo ha abbandonato. Così con una serie di atti, incontri e scontri Frankenstein e quello che diverrà da sua creatura a suo carceriere si faranno del male l' un l' altro, fino alla tragica conclusione.

 So che il mio riassunto risulta confusionario, ma è l' unico modo col quale posso parlarvi del libro senza rovinarne la lettura. Il modo in cui è narrata la storia è davvero particolare. Essa infatti è raccontata in una serie di lettere che un capitano di una spedizione diretta al Polo scrive a sua sorella, narrandole di aver trovato nel mare artico un uomo stremato che racconta la sua storia, poi trascritta per la destinataria. All' interno del racconto però anche il mostro, per alcuni capitoli, diventa narratore del suo racconto, facendo si che il libro abbia un narratore principale che ascolta le vicende narrate da uno secondario, vicende di cui una parte sono raccontate da uno terziario... un casino insomma. Ma passiamo al tema che voglio trattare oggi inerente al libro selezionato. Frankenstein sarebbe ricchissimo di spunti, sia scientifici che sentimentali che filosofici che religiosi, e sicuramente ci saranno persone molto più esperte e preparate di me che potranno parlarvene, quindi io mi soffermerei sul rapporto dei due personaggi principali, ovvero i due mostri: l' uomo e la creatura. Mentre tutti gli altri sono abbastanza stereotipati, i caratteri di questi due esseri sono molto complessi e in completa relazione di uno con l' altro. Il dottor Victor crea il mostro, sebbene pare voglia negarlo anche a se stesso, per un puro cruccio e scopo egoistico, vuole dimostrare che è capace di sconfiggere anche la morte, elevandosi così a grado di Dio. Al dottore non interessa del genere umano, della madre morta o del progresso scientifico, egli è come un bambino che ha sempre avuto, o è sempre stato capace di conquistare, tutto, ma a cui all' improvviso viene posto un limite, una barriera che egli non può in alcun modo abbattere, e come i bambini che di fronte ad un divieto sono sempre più incuriositi dal provare ad infrangerlo, Frankenstein ignora il divieto imposto dalla natura e crea così con le sue sole forze un essere vivente.Al momento della "nascita" tuttavia il Ginevrino percepisce per la prima volta il peso della responsabilità; egli ha si creato la vita raggiungendo il suo obbiettivo, ma adesso il suo compito è quello  di essere creatore, padre e maestro, insomma Dio, e l' uomo non si sente pronto. Scappa spaventato, oltre che dall' orribile aspetto della sua più importante creazione, dal peso dell' essere creatore stesso di una vita, in tutto e per tutto dipendente da lui (un pò come il peso che prova una madre quando nasce un figlio e si rende conto che d' ora in poi dovrà prendersi cura di lui, anche se molto amplificato). 

Quando in seguito il mostro chiederà al dottore un suo simile, in cambio di sparire totalmente agli occhi dell' uomo e non tormentare più il suo creatore, egli non riuscirà a portare a termine l' impresa, non per le ragioni che lui afferma nel libro, ma perchè non vuole sentire ancora una volta sulle sue spalle quel terribile peso che gli opprime l' anima. Come dice Schopenauer "Se un dio ha fatto questo mondo, non vorrei essere quel dio: l'estrema miseria del mondo mi dilanierebbe il cuore". Passiamo quindi all' altro bambino della vicenda, il demone la creatura, il mostro. Quello che in realtà è solo un essere che non ha scelto di venire al mondo, che è costretto, come tutti i mortali, alla sofferenza, ma che a differenza di essi viene odiato, disprezzato e cacciato a causa della sua diversità, quasi come se il suo aspetto fosse specchio del suo carattere, e che è stato rinnegato addirittura dal suo creatore, colui che avrebbe dovuto prendersi cura di lui; un pò come se Dio dopo aver creato Adamo, senza motivo alcuno, lo avesse disprezzato odiato e cercato di uccidere, solo per non aver sulla coscienza la responsabilità della vita. Il mostro, come tutti gli esseri per Shelley, nasce buono e ingenuo, ma l' ambiente in cui vive, i rapporti con le altre persone e la solitudine di cui soffre, lo porteranno a credere di essere ciò che non è ma ciò di cui tutti lo accusano, un demone. Commetterà delitti, ingannerà, minaccerà, ucciderà e godrà del soffrire dell' uomo, o almeno così gli pare. Infatti se Frankenstein si sente colpevole della creazione del mostro, e quindi di tutti i delitti che egli ha commesso contro di lui e le persone da lui amate, la sua creatura avrà l' "anima" ancora più dilaniata e in conflitto in quanto col solo scopo di farlo e di dimostrare più a se stesso che al dottore di essere cattivo in fondo, commetterà crimini atroci, provocando sofferenza a colui il quale, sebbene lo abbia odiato, è pur sempre il suo Dio.
Entrambi son colpevoli, ma a mio avviso quella del mostro è una colpevolezza obbligata e guidata. Appena nato gli viene negato tutto, persino un genitore, quando credeva di aver raggiunto la felicità e di poter finalmente relazionarsi con l' uomo era stato cacciato e infine ha visto la sua unica possibilità di redenzione e di fuga dalla solitudine, la creazione di un suo simile, svanire davanti ai suoi occhi, maciullata dal suo stesso creatore portando sofferenza orribile. I due esseri sono legati indissolubilmente da un legame molto più forte di qualunque altro, l' aspetto e il comportamento brutale di uno non sono altro che lo specchio dell' anima corrotta dell'altro. Non possono vivere nè morire senza l' altro e infatti, alla morte del dottore, il mostro sceglierà di porre fine alla sua miserabile vita, insieme a colui che più di tutti aveva amato e odiato in assoluto. Questo libro porta sicuramente a far riflettere su temi molto molto pesanti; tra i quali spicca sicuramente quello di Dio: a mio avviso egli viene sempre descritto come perfetto e sommamente saggio in quanto se non lo fosse, vedendo la condizione della miseria umana, non potrebbe riuscire a reggere il colpo e inevitabilmente morirebbe. Lasciando stare le mei divagazioni filosofiche passiamo al punto cardine, consiglio Frankenstein ad un eventuale lettore? Dipende. Quello di Mary Shelley è sicuramente un capolavoro e porta il lettore a riflettere su un numero spropositato di argomenti, tuttavia è anche molto pesante. Lunghe digressioni paesaggistiche, esternazioni di sentimenti di angoscia che durano per capitoli, poca azione e molta molta molta riflessione talvolta incoerente e complessa, porta un lettore alle prime armi a spaventarsi e ad annoiarsi di fronte a 250 pagine che ne sembrano 1000. Per coloro che sono fan del gotico e dell' horror e che vogliono leggere per la prima volta libri del genere, Frankenstein è sicuramente quello meno adatto. Per coloro che tuttavia vogliono indagare più a fondo, scavare negli abissi orridi dell' uomo e cercare di uscirne fuori, consapevoli che l' opera segnerà a vita la loro coscienza e morale, beh  dico solo buona lettura...

lunedì 7 novembre 2016

[Recensione] Stranger things

Non me ne intendo molto di horror. Che si tratti di film, videogiochi  serie tv non mi sono mai avvicinato molto a questo genere, per il semplice fatto (e lo ammetto senza alcun tipo di vergogna) che sono una persona profondamente paurosa e che questo tipo di opere più che farmi divertire sembra avere il solo scopo di accelerale il mio battito cardiaco più del dovuto. Per questo motivo quando un amico mi ha proposto di guardare Stranger things ero un pò restio e ho rimandato la decisione usando come scusa mille impegni, reali o fittizi, pur di non iniziarlo. Poi, un pò per sue preghiere, un pò per i pochi episodi, un pò per una strana vena di dignità mi son messo a vedere quella che è forse la più celebre serie del 2016 e devo dire che la ho abbastanza apprezzata, seppur con qualche remora.
 Stranger Things è un serie televisiva ideata da Matt e Ross Duffer e presente su Netlix. La storia narra di una tranquillissima cittadina americana, nella quale improvvisamente scompare un bambino e contemporaneamente appare una strana ragazzina senza capelli e col tatuaggio sul braccio che segna 11. Gli amici del ragazzo scomparso, Lucas, Mike e Dustin, nel mezzo delle ricerche del loro amico, si imbatteranno in 11 e scopriranno che la bambina ha numerosi poteri, tra i quali spicca la telecinesi, oltre al fatto che a quanto pare è capace di mettersi in contatto con Will,lo scomparso, che è stato rapito da una sorta di essere appartenente ad un altra dimensione e portato nella stessa.
 Nel frattempo anche il fratello del ragazzo, la madre e lo sceriffo della città cercheranno di risolvere il caso, andando sempre più a fondo in un'organizzazione che ha a che fare con esperimenti umani, universi paralleli e strane creature presenti in esso. La trama che ho descritto è molto vaga e contorta, tuttavia, a causa dell' esigua lunghezza della prima stagione, qualsiasi altra informazione potrebbe essere considerata spoiler. Passiamo dunque a qualche considerazione personale sui personaggi, la sceneggiatura e la regia. Partiamo con ciò che non mi è piaciuto, per poi dare risalto agli elementi positivi. Sebbene si tratti di una buona serie tv ho trovato spesso Stranger Things troppo prevedibile, dopo i primi 3 episodi si intuiscono tutte le vicende che verranno narrate, cosa che fa perdere di senso tutti i colpi di scena successivi e telefonati, molti personaggi sono stereotipati fino al midollo, quali la madre isterica che ha perso il figlio e considerata pazza, il ragazzo disagiato che si lega stranamente con la ragazza figa, fidanzata con uno stronzetto (che alla fine tra l' altro si ritrova ad essere un eroe, nonchè un personaggio importante nello svolgersi delle vicende) e infine ovviamente il poliziotto ubriacone, che ha perso la figlia e che è divorziato, che nonostante il continuo rimorso e una parvenza di incuranza e freddezza sa fare molto bene il suo mestiere. Oltre a ciò alcune parti mi sono sembrate surreali anche per una serie sul paranormale, che per far andare avanti la trama, ci presenta dei bambini che riescono a scappare in bicicletta dal governo che li insegue, mostri che sembrano subire danni solo dai buoni, e poliziotti invincibili che stendono tranquillamente un paio di guardie altamente addestrate alla volta e che una volta catturati vengono lasciati liberi, con solo una singola cimice in casa.
 Ok dopo questo sfogo, che in altri contesti potrebbe rovinare totalmente una serie, enunciamo le caratteristiche che invece rendono questo prodotto molto godibile. Per prima cosa i personaggi, anche se la sceneggiatura li renda stereotipi e clichè, sono molto godibili, sia grazie alla storia narrata, ma soprattutto grazie alla bravura degli attori, tra i quali spicca Wynoda Ryder (indimenticabile Kim Boggs di Edward mani di forbice). Molto intelligente e la regia, in alcune scene sporca e movimentata, in altre molto precisa, che si sofferma sui dettagli e sulle espressioni dei protagonisti delle vicende; tutto sommato buona anche la sceneggiatura con alcune idee molto intriganti nel panorama del sovrannaturale, in particolar modo ho amato l' idea dell' upside down e delle porte. La colonna sonora è di primissima qualità, dove la fa da padrone il grandissimo pezzo "should i stay or should i go" dei Clash, oltre a musiche che vanno dal rock, al simil x-files. Parlando di aspetti tecnici la serie è di appena 8 puntate, ognuna di circa 50 minuti, aspetto positivo per chi voglia recuperarla in breve, ed è già in cantiere una seconda stagione, avendo la prima un finale abbastanza aperto e, lasciatemelo dire, inquietante.
Stranger Things non è propriamente un horror, le scene di paura pura e gli jumpscare non sono molto frequenti, assomiglia più ad un thriller con basi di sovranaturale, sulla falsa riga di alcuni episodi di X-Files, che ricatapulta lo spettatore nella fine degli anni '80, in piena guerra fredda, con grande cura e attenzione per i dettagli. Una buona serie, con alcuni difetti non sempre trascurabili, ma anche con ottime potenzialità per divenire un prodotto eccelso, e ovviamente non mi auguro di meglio